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sabato 25 aprile 2009

Il PD è vivo e cresce intorno a noi.


Guardandosi intorno si scopre un PD che cresce, che ha idee da mettere in movimento, che ha una idea di società da contraporre a quella della destra. Marta Meo, fa parte della segreteria regionale veneta e cliccando qui trovate l'intervista rilasciata all' Unita.


martedì 21 aprile 2009

Nuovi leader

Andrea Romano ha scritto questo articolo sul Riformista. Lui dice che il nuovo leader del PD l'ha visto a Piombino.........speriamo!

Civati, i piombini, e il futuro del PD

Giuseppe Civati, è un giovane consigliere regionale della Lombardia. Una promessa e una speranza del PD. Vi invito a leggere il suo BLOG. Intanto godetevi questi suoi commenti all'incontro di Piombino.

L'era solare (altri piombini)
Mentre D'Alema "era glaciale" alla trasmissione di Daria Bignardi, cinquanta democratici quasi anonimi si ritrovavano a Piombino. Nonostante il tempo pessimo e qualche rovescio (non solo elettorale), il
clima era ottimo, disteso, propositivo. Venerdì ci siamo presentati gli uni con gli altri, sabato abbiamo discusso tutto il giorno, oggi abbiamo tirato le somme di un lavoro che è solo all'inizio, alla ricerca di un Pd che finalmente ci sia, perché per ora c'è stato poco e si è perso parecchio per strada. Più domande che risposte, più appunti che conclusioni: il percorso è molto lungo e complicato e non abbiamo la presunzione di avere tutte le soluzioni in tasca. Sappiamo, però, di avere un punto di vista molto diverso da altri non solo e non tanto sul partito, ma soprattutto sulla politica e sulle sue modalità di relazione con i cittadini. Sulle questioni della contemporaneità e sulla battaglia culturale da aprire contro il berlusconismo imperante. Sulla necessità di rompere lo schema e di cambiare registro, quello stesso registro frequentato da anni (per me, da sempre) dai soliti protagonisti. Non ricambio generazionale, dunque, ma ricambio politico e massima apertura al confronto e alla discussione. Senza correnti, senza pregiudizi: a Piombino erano invitati i contestatori e i protestatari, ma anche i membri della segreteria nazionale. E sembrava quasi di stare in quel Pd che ci hanno raccontato e che poi non abbiamo quasi mai visto tradotto in pratica. Sono stati giorni intensi, e un post non è sufficiente per darne una descrizione fedele e per documentare il lavoro che è stato fatto. Per ora vi basti sapere che, per un attimo, abbiamo pensato che il periodo della lunga glaciazione stesse per concludersi. E che qualcosa di nuovo, di più caldo e solare, si affacci all'orizzonte. (segue)


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Ho visto 'cose' (piombini approfonditi)
Io ne ho viste di cose che voi democratici non potreste immaginarvi. Ho visto correnti in fiamme al largo dei bastioni di Piombino. E ho visto i raggi B (nel senso che sapete) balenare nel buio vicino alle porte del Borgo degli Olivi (così si chiamava la struttura che ci ospitava). E tutti quei momenti non andranno perduti, anche se pioveva. E', insomma, tempo di partire. E, come in quel monologo (che era improvvisato, come sanno gli esperti), tutto è successo senza che vi fosse predeterminazione. Ho visto persone che non si conoscevano discutere liberamente. Ho visto amici e compagni parlare dei problemi del Paese (prima ancora che di quelli del Pd), partendo dalle domande e non dalle risposte già frequentate in passato. Ho visto una generazione fare politica in modo molto maturo (altro che gggiovani), partendo prima di tutto dai propri limiti. Responsabilizzati e seri, ossessionati dall'apertura di questo piccolo gruppo, preoccupati dai doveri di rappresentanza, consci di una sovraesposizione mediatica che, a volte, fa più male che bene. Ho visto proposte concrete e dettagliate, ma solo abbozzate e da precisare con il contributo delle tante persone che, come noi, si aspettano qualcosa. A Epinay, Mitterand aveva adottato lo slogan: «Cambiare la vita». A noi, quelli di Piombino, basterebbe cambiare (un po') la politica italiana. Non per arrivare a Roma, ma per dare qualche risposta a Monza e a Udine, a Firenze e a Rimini, a Ravenna e a Genova. Perché il nostro arrivismo, di cui tanti ci accusano, è soltanto quello di voler vedere arrivare il Pd da qualche parte, in un percorso che lo porti, se è possibile, ad incontrare la società italiana. Piombino è stato un 'luogo', ora quel luogo si chiama congresso. E lo vogliamo celebrare a ottobre (parlo dell'ottobre di quest'anno e spero sia chiaro a tutti). Il mese più indicato per pensare a una (piccola) rivoluzione.




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La nuova classe dirigente. Una nota di Debora Serracchiani candidata PD alle elezioni europee

Scelgo di non parlare della tragedia che ha colpito l'Abruzzo; scelgo di non spettacolarizzare il dolore. Cerco di pensare a quelle genti, senza usarle. E' per questo che decido di parlare di un argomento “freddo”. Di un argomento importante, ma costantemente e scientemente sottovalutato.Cosa facciamo per formare la nostra classe dirigente? Io ero uno di quegli studenti che non avevano le idee chiare, che non pensavano alla propria formazione come al proprio futuro. Sono stata fortunata, ma non è per tutti così e comunque la formazione non dovrebbe essere una questione di fortuna, mai. La classe dirigente rappresenta la società di cui è l'espressione. La società in cui viviamo è, non sono io a dirlo, una società in crisi. Quindi anche l'attuale dirigenza è il prodotto di una società in crisi, che non si rinnova, si chiude in sé stessa, si atrofizza, che non ha interesse a rifondare la società a cui appartiene. La costruzione di una nuova società non può che essere affidata a nuovi dirigenti che superino l'immobilismo e che puntino alla società dello sviluppo. Oggi la mia generazione e quella che viene dopo di me ha bisogno di una classe dirigente che sia in grado di rispondere alle sfide lanciate dalla globalizzazione, dalla recessione, dai cambiamenti climatici, dagli enormi flussi migratori che ci stanno investendo. La Strategia di Lisbona nel 2000 chiedeva agli Stati membri dell'UE di arrivare ad investire per i successivi 10 anni fino al 3% del PIL in ricerca, innovazione e coesione sociale. Gli Stati che l'hanno fatto (la Svezia ad esempio) hanno visto lievitare i loro tassi di crescita. E l'Italia? Nel 2009 prevede di investire circa lo 0,9% del PIL e nel frattempo “rifonda” la scuola tagliando professori e classi. La missione della politica oggi dovrebbe essere quella di garantire che si possano crescere dei dirigenti capaci e culturalmente pronti ad accettare le sfide del nostro tempo. Ma è la politica la prima a non crederci. La mancata formazione fatta dai partiti entrati in crisi ha creato un buco generazionale. I dirigenti di oggi sono i “giovani” del 1980. E poi? Poco o niente. Non è più tempo di non crederci.

mercoledì 11 marzo 2009

Piano casa di Berlusconi....due interessanti commenti

Le note che seguono sono tratte dal Blog di Marta Meo, della segreteria regionale PD del Veneto. A parte l'argomento il blog di Marta è interessante e da seguire. Insomma i giovani dirigenti il PD li ha. Impariamo a conoscerli

Il Veneto che va piano e certo non lontano
Marzo 11th, 2009 by Marta
Lo dice esplicitamente Giancarlo Galan, governatore del Veneto: “La legge è rivolta soprattutto ai proprietari di case singole e ai capannoni, perché quello è il nostro Veneto. Non nei centri storici ma nelle periferie”La dichiarazione è più che chiara: la legge serve solo a chi aggiunge alla propria casa isolata o al capannone della volumetria, il 20%, la tavernetta, la lavanderia, la stanza aggiuntiva. Pochissimi saranno quelli che demoliranno per arrivare al 30% di volumetria aggiuntiva, stesso dicasi per quelli che punteranno al 35% con la bioarchitettura e il risparmio energetico. Saranno pochissimi perché il gioco non vale la candela, perché la volumetria aggiuntiva (il differenziale tra il 20 e il 30%) non giustifica lo sforzo di demolizione e ricostruzione.
Credo quindi che in questa situazione noi del PD si debba dire alcune cose:Innanzitutto che invece che regalare volumetria a pioggia una amministrazione lungimirante dovrebbe investire in sviluppo e qualità. Sviluppo che passa, lo diciamo da sempre, a partire da una migliore dotazione infrastrutturale.
Su questa cosa, solo per fare un esempio, c’è da dire che Galan e la Regione Veneto non sono mai riusciti a mettersi d’accordo su un tracciato condiviso per l’alta velocità per cui i parlamentari veneti della PDL non sono certo andati a Roma a battersi perché l’alta velocità in Veneto venisse finanziata.E così tutti i progetti infrastrutturali finanziati dal Cipe (il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) al nord si fermano in Lombardia così come da Allegato sulle infrastrutture dell’ultimo dpef (documento di programmazione economica e finanziaria).Del corridoio 5 non c’è traccia, del Veneto nemmeno (ne parla qui Tomat di Confindustria Veneto) questo a dimostrazione della capacità della PDL veneta di riuscire a portare a casa i fondi per i cantieri e le infrastrutture di cui il Veneto ha tanto bisogno per stare sul mercato, essere compettitvo, far lavorare le imprese ed uscire dalla crisi.Così per confondere un po’le acque si sono messi a regalare aumenti di volumetria ai piccoli proprietari con la conseguenza che in questo modo il Veneto, magari acconterà qualcuno, ma non andrà certo molto lontano, in tutti i sensi.
Il secondo nodo è quello della qualità, che non credo gli aumenti di volumetria, ancorché a seguito di demolizioni di edifici costruiti prima del 1989, portino necessariamente con sé. Forse (ipotesi tutta da verificare) potranno aumentare gli standard e il confort dei singoli edifici, ma non necessariamente la qualità urbana. Allora qui si tratta veramente di decidere se crediamo che le città debbano svilupparsi magari a densità un po’maggiori di quelle attuali a difesa del suolo ancora non edificato, anche a costo di operazioni (non certo semplici) di demolizione e ricostruzione, con azioni quindi di rottamazione di edifici non più adatti agli standard abitativi delle famiglie di oggi, oppure se siamo del tutto indifferenti al suolo.Io personalmente sono di questa ipotesi: rottamare dove e se si può l’edilizia che non è più adatta agli standard abitativi delle famiglie di oggi (anche per evitare la formazione di ghetti di soggetti deboli come anziani e extracomunitari), elevare gli standard in materia di risparmio energetico, creare le condizioni per facilitare le economie di scala in materia di servizi, multiutilities e trasporti pubblici. E al contempo disincentivare l’uso di suolo vergine al posto di riusare, ristrutturare o ricostruire.Tutte cose che mi paiono semplici e sensate e che la PDL con queste politiche di cortissimo respiro non sta certo portando avanti, ma che potrebbero diventare patrimonio di un partito lungimirante come il PD vuole essere.Posted in Uncategorized 5 comments

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Più tavernette e meno città
Marzo 9th, 2009 by Marta
Sto leggendo qua e là commenti vari alle novità del governo B: il cosiddetto “piano casa” da 550 milioni di euro a livello nazionale e l’aumento delle volumetrie per edifici costruiti prima del 1989.Due considerazioni sul primo e sul secondo provvedimento.Primo: il cosiddetto piano casa con i suoi 550 mln di € di investimento è davvero ben poca cosa se consideriamo che le grandi areee metropolitane (Roma, Milano e Napoli) avranno bisogno di investimenti maggiori a fronte di una domanda elevata, potrebbero realisticamente rimanere si e no 400 mln di € da dividere per 20 regioni.20 mln di € che nel caso di una regione come il Veneto dividendo (molto a spanne, ma è per rendere l’idea) per le sette province porterebbe a ciascuna 2,8 mln di €, ovvero interventi da 28/30 appartamenti per provincia. Quantità che anche solo con delle verifiche serie sul permanere delle condizioni di titolarità ad occupare case popolari ci farebbero recuperare a costo zero forse molti più appartamenti.Certo l’esiguità dell’investimento, potrebbe far pensare a progetti a lungo termine come l’allora piano ina casa voluto da Fanfani nel 1949 durò fino al 1963, ma questo, ci si dirà, ovviamente dipende dalla portata e dalla lunghezza di una crisi che non conosciamo ancora abbastanza.Secondo: l’aumento delle volumetrie per ovvie ragioni di difficoltà nell’esproprio di condomini andrebbe realisticamente a regalare nuova volumetria principalmente alle piccole proprietà indivise a bassa densità insediativa con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di traffico, servizi, infrastrutture ed erosione del territorio, cosa già ben evidenziata da Franceschini.
Ma la cosa che davvero sfugge in tutto questo è una domanda a mio avviso fondamentale: che idea di città o anche solo insediativa c’è dietro tutto questo?Perché, soprattutto in questo secondo caso, si tratterà di premi in volumetria che andranno a favore della rendita nella città diffusa senza alcuna attenzione per la qualità del vivere e dell’abitare nei centri urbani, insomma per intenderci: più tavernette e meno città con buona pace della lotta allo smog, del contenimento dei costi dei servizi, etc etc.E poco dopo che in finanziaria Tremonti aveva tagliato i fondi alle scuole nei piccoli centri giustificando il tutto con la necessità di accorpare per risparmiare, con l’altra mano sempre questo governo regala della volumetria a favore di un’idea di sviluppo insediativo dispersivo e oneroso per la collettività.

domenica 1 marzo 2009

Politica e Web: un contributo di Giuseppe Civati, consigliere regionale del PD in Lombardia

Una curiosa polemica ha attraversato i giorni difficili che sono seguiti alle dimissioni di Veltroni e all’elezione di Franceschini: il confronto aspro tra i sostenitori della rete e quelli che hanno voluto riproporre un’idea tradizionale del dibattito politico e della sua organizzazione. A cominciare dal nuovo gruppo dirigente si sono sentite parole di diffidenza nei confronti dei blog e della vita politica sul web, come se si trattasse di qualcosa di parziale e, alla luce dei risultati di sabato, insignificante per il dibattito politico del Partito Democratico. Mi pare una lettura anti-moderna e preoccupante, lontana mille miglia anche dall’impostazione che lo stesso Pd si era voluto dare, attraverso un protagonismo del partito sulla rete, da Facebook a YouDem, per capirci, per non dire degli innumerevoli blogger (“di area”, si sarebbe detto un tempo) che quotidianamente pubblicano e discutono sulla rete. Si sono volute contrapporre queste forme di partecipazione e di dibattito al più tradizionale incontro presso i circoli, come se si trattasse di mondi che non comunicano. Ciò è, bisogna dirlo, molto impreciso. Tra i blogger politici più letti e ascoltati, con numeri che arrivano in vari casi a qualche migliaio di lettori quotidiani (dati che si avvicinano a quelli di alcuni giornali nazionali), si conta Marta Meo (martameo.net) che è coordinatrice di un circolo di Venezia e siede nella segreteria regionale del Veneto. O Andrea Mollica (andreamollica.blogspot.com), che segue Obama da Luino sul Lago Maggiore ed è coordinatore del Pd nella sua città, nonché membro della segreteria provinciale di Varese. E, ancora, i tanti che, pur discutendo in rete, sono anche protagonisti della vita politica all’interno della loro comunità. Non è, però, solo questo: è che il mondo è «grande e terribile» e le relazioni qualificano da sempre la vita politica, nelle diverse forme in cui si presentano e si articolano. E non sono mai pericolose, se non per chi coltiva il conformismo e l’inerzia. Non c’è alcun bisogno di una frattura tra le ‘gerarchie’ e i ‘protestanti’, che guardano alle prime con sospetto e rifiutano un confronto, ma di vasi che comunicano e steccati che cadono per diventare tutti più credibili, in un dibattito vivo e responsabile, nei circoli, sul web e, insomma, nella società. Quella vera, che vive e che comunica, non solo quella di cui parliamo nei convegni e nei comizi. Non dimentichiamoci che la questione numero uno che ci tocca affrontare riguarda la distanza da accorciare verso la politica prima ancora che verso il Pd. Il ‘solito’ Obama ha saputo trasformare relazioni virtuali in reale iniziativa politica. Personalissima e a misura di ciascuno, eppure universale e aperta a tutti. Questo non è marketing: si chiama politica.
(Unità, 1 marzo 2009)

Dopo la vicenda di Eluana Englaro e i dibattito in corso sul testamento biologico, a mente fredda e lucida dobbiamo riflettere su questi temi.

Vivere e morire secondo il Vangelo
Padre Enzo Bianchi , Priore di Bose


"C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare" ammoniva Qohelet, così come "c’è un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per uccidere e un tempo per guarire...". Veniamo da settimane in cui questa antica sapienza umana – prima ancora che biblica – è parsa dimenticata: anche tra i pochi che parlavano per invocare il silenzio v’era chi sembrava mosso più che altro dal desiderio di far tacere quanti la pensavano diversamente da lui. Soprattutto si è avuto l’impressione che l’insieme della nostra società non avesse certezze condivise sulla scansione dei diversi "tempi" e sul significato dei diversi verbi usati da Qohelet a indicare lo scorrere dell’esistenza umana: quando è "tempo" per questo o per quell’altro? E cosa significa parlare, morire, uccidere, guarire? Uno smarrimento di senso condiviso che ha coinvolto anche parole forti attinenti ai principi fondamentali dell’etica: dignità, libertà, volontà, rispetto, carità, vita...
Le settimane appena trascorse saranno sicuramente ricordate come "giorni cattivi" da molti cristiani, ma anche da molti uomini e donne non cristiani che tentano ogni giorno di rinnovare la loro ricerca di senso, soprattutto attraverso la faticosa lotta dell’amare in verità e dal lasciarsi amare da quanti sono loro accanto. "Giorni cattivi" è un’espressione biblica che indica tempi privi di una parola da parte di Dio, da parte dei suoi profeti e quindi anche privi di parole umane sincere, vere, autentiche: tempi in cui si fa silenzio per non aumentare il rumore, la rissa, l’aggressione nella comunità umana e per evitare che parole sensate vengano triturate insieme alle insensate e non si riesca poi più a recuperarle per giorni migliori. Per questo molti hanno preferito il silenzio. Da parte mia confesso che, anche se il direttore di questo giornale mi ha invitato più volte a scrivere, ho preferito fare silenzio anzi, soffrire in silenzio aspettando l’ora in cui fosse forse possibile – ma non è certo – dire una parola udibile.
Attorno all’agonia lunga diciassette anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida – "assassini", "boia", "lasciatela a noi"... – senza pensare a Gesù di Nazaret che quando gli hanno portato una donna gridando "adultera" ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: "Donna (non "adultera"), neppure io ti condanno: va’ e non peccare più"; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla "ladro, assassino!" al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?
Ma accanto a queste contraddizioni laceranti, come non soffrire per la strumentalizzazione politica dell’agonia di questa donna? Una politica che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio – offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili – e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere; una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile. L’abbiamo detto e scritto più volte: se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità profetica, ma sarebbe ridotta a cappellania del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù, incapace di stare nel mondo facendo memoria del suo Signore.
E’ avvenuto quanto più volte avevo intravisto e temuto: lo scontro di civiltà preconizzato da Huntington non si è consumato come scontro di religioni ma come scontro di etiche, con gli effetti devastanti di una maggiore divisione e contrapposizione nella polis e, va detto, anche nella chiesa. Da questi "giorni cattivi" usciamo più divisi e non certo per quella separazione in nome di Cristo che, con il comandamento nuovo dell’amore da estendersi fino ai nemici, può provocare divisione anche tra genitori e figli, all’interno della famiglia o della "casa" di appartenenza. Abbiamo invece conosciuto divisione in nome di quel male che affligge l’umanità e che trasforma la diversità in demonizzazione dell’altro, muta l’avversario in nemico, interrompe o nega il confronto e il dialogo, dando origine a posizioni ideologiche capaci di violenza prima verbale poi fisica e sociale. Da un lato il fondamentalismo religioso che cresce, dall’altro un nichilismo che rigetta ogni etica condivisa fanno sì che cessi l’ascolto reciproco e la società sia sempre più segnata dalla barbarie.
Per chi come me ha pensato di dedicare tutte le fatiche alla ricerca del dialogo, del confronto, del faticoso cammino verso la comunione, innanzitutto nello spazio cristiano e poi tra gli uomini, e in questo sforzo sentiva di poter rendere conto della speranza cristiana che lo abita e di annunciare il vangelo che lo anima, questi giorni sono davvero cattivi. Come ignorare anche gli altri segni di barbarie cui stiamo assistendo in questa amara stagione? Leggi che chiedono ai medici di segnalare alle forze dell’ordine la presenza di clandestini che necessitano di cure mediche, vanificando così il diritto alla salute riconosciuto a qualunque essere umano; episodi ormai ricorrenti di giovani e ragazzi che danno fuoco a immigrati o a mendicanti; senzatetto di cui si prevede la schedatura mentre li si lascia morire di freddo; esercizio della violenza in branco verso donne o disabili...
Sì, ci sono state anche voci di compassione, ma nel clamore generale sono passate quasi inascoltate. L’Osservatore romano ha coraggiosamente chiesto – tramite le parole del suo direttore, il tono e la frequenza degli interventi – di evitare strumentalizzazioni da ogni parte, di scongiurare lo scontro ideologico, di richiamare al rispetto della morte stessa. Ma molti mass media in realtà sono apparsi ostaggio di una battaglia frontale in cui nessuno dei contendenti si è risparmiato mezzi ingiustificabili dal fine. Eppure, di vita e di morte si trattava, realtà intimamente unite e pertanto non attribuibili in esclusiva a un campo o all’altro, a una cultura o a un’altra. La morte resta un enigma per tutti, diviene mistero per i credenti: un evento che non deve essere rimosso, ma che dà alla nostra vita il suo limite e fornisce le ragioni della responsabilità personale e sociale; un evento che tutti ci minaccia e tutti ci attende come esito finale della vita e, quindi, parte della vita stessa, un evento da viversi perciò soprattutto nell’amore: amore per chi resta e accettazione dell’amore che si riceve. Sì, questa è la sola verità che dovremmo cercare di vivere nella morte e accanto a chi muore, anche quando questo risulta difficile e faticoso. Infatti la morte non è sempre quella di un uomo o una donna che, sazi di giorni, si spengono quasi naturalmente come candela, circondati dagli affetti più cari. No, a volte è "agonia", lotta dolorosa, perfino abbrutente a causa della sofferenza fisica; oggi è sempre più spesso consegnata alla scienza medica, alla tecnica, alle strutture e ai macchinari...
Che dire a questo proposito? La vita è un dono e non una preda: nessuno si dà la vita da se stesso né può conquistarla con la forza. Nello spazio della fede i credenti, accanto alla speranza nella vita in Dio oltre la morte, hanno la consapevolezza che questo dono viene da Dio: ricevuta da lui, a lui va ridata con un atto puntuale di obbedienza, cercando, a volte anche a fatica, di ringraziare Dio: "Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato...". Ma il credente sa che molti cristiani di fronte a quell’incontro finale con Dio hanno deciso di pronunciare un "sì" che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel faccia a faccia temuto e sperato. Quanti monaci, quante donne e uomini santi, di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’eucarestia, quanti hanno recitato il Nunc dimittis, il "lascia andare, o Signore, il tuo servo" come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con colui che hanno tanto cercato... Negli anni più vicini a noi, pensiamo al patriarca Athenagoras I e a papa Giovanni Paolo II: due cristiani, due vescovi, due capi di chiese che hanno voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla chiamata di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al loro Signore.
Testimonianze come queste sono il patrimonio prezioso che la chiesa può offrire anche a chi non crede, come segno grande di un anticipo della vittoria sull’ultimo nemico del genere umano, la morte. Voci come queste avremmo voluto che accompagnassero il silenzio di rispetto e compassione in questi giorni cattivi assordati da un vociare indegno. La chiesa cattolica e tutte le chiese cristiane sono convinte di dover affermare pubblicamente e soprattutto di testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente.
Allora, da una millenaria tradizione di amore per la vita, di accettazione della morte e di fede nella risurrezione possono nascere parole in grado di rispondere agli inediti interrogativi che il progresso delle scienze e delle tecniche mediche pongono al limitare in cui vita e morte si incontrano. Così le riassumeva la lettera pontificale di Paolo VI indirizzata ai medici cattolici nel 1970: "Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l’ora ineluttabile e sacra dell’incontro dell’anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della passione di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita".
Ecco, questo è il contributo che con rispetto e semplicità i cristiani possono offrire a quanti non condividono la loro fede affinché la società ritrovi un’etica condivisa e ciascuno possa vivere e morire nell’amore e nella libertà.

sabato 28 febbraio 2009

Quei mille capannoni vuoti ecco la nostra arma al Nord- Intervista a Maurizio Martina-

BISOGNA ricominciare dai capannoni». Quali capannoni? «Quelli costruiti con la legge Tremonti nel Nord Est, una marea di capannoni che va da Novara a Mestre. Tutti vuoti, o quasi. Hanno d e v a s t a t o l ' a m b i e n t e senza creare ricchezza. E' u n m o n u mento all' incapacità del berlusconismo di governare l' economia». Maurizio Martina, bergamasco, trent' anni, un nome per i prossimi decenni. Una carriera lampo. Segretario bergamascoe poi lombardo dei ds, eletto responsabile lombardo del Pd con un plebiscito (78 per cento) alle primarie di ottobre. Ora è il più giovane della squadra chiamata da Franceschini a rilanciare il partito. Martina, la sua ascesa non è la più clamorosa smentita all' idea che il centrosinistra sia chiuso ai giovani? «Forse, ma diciamo la verità. E' più facile avanzare nel vuoto. La Lombardia era ed è considerata dai dirigenti romani una terra di missione. E' difficile trovare candidati alla sconfitta certa». Ma un partito rassegnato alla sconfitta nella regione di gran lunga più ricca e popolosa d' Italia, che futuro ha? «Nessuno. Infatti da lì occorre ricominciare, dal Nord». Un anno fa ha detto che il Pd lombardo puntava a vincere le regionali del 2010. Lo ripeterebbe oggi, nel mezzo del disastro, coi sondaggi al minimo storico? «Sì, lo ripeto. Nel cuore dell' egemonia berlusconiana e leghista si cominciano a vedere le crepe. Finora loro reggono perché siamo mancati noi, l' opposizione. Ma bisogna fare in fretta. In giugno in Lombardia si vota in due terzi dei comuni». Secondo i sondaggi, rischiate di essere spazzati via da tutte le città del Nord, a cominciare dalla sua Bergamo, Pavia, Lodi, Cremona, la Provincia di Milano. Da dove prende il suo ottimismo? «Secondo i sondaggi, Obama non doveva neppure fare le primarie. Questa crisi non è passeggera, come vogliono far credere Berlusconi e Tremonti. Sarà lunga, dura e porterà grandi mutamenti sociali e politici. Non possiamo dire oggi quale sarà il clima del Paese fra tre mesi, non parliamo poi da qui al 2013, quando ci saranno le politiche». Era anche l' idea di Veltroni, poi si è dimesso. «Veltroni ha avuto il merito di capire che la questione centrale era la sfida sulla modernità. Sempre e comunque il centrosinistra in questi anni, anche quando ha vinto, è stato percepito come più conservatore dell' avversario. Era Berlusconi il nuovo». E non è più così? Berlusconi ha smesso di sembrare nuovo? «Guardi, nel Nord gli imprenditori, di fronte alla crisi, cominciano a capire che le ricette facili di Berlusconi e Tremonti sono scenari di cartapesta, vuoti come quei capannoni. Il bluff dei dazi doganali, l' ideologia leghista del Nord trasformato in fortezza, lo stesso antieuropeismo della destra entrano in conflitto con gli interessi materiali di un territorio che al contrario ha disperato bisogno di tornare a esportare, d' integrarsi sempre di più col resto d' Europa e del mondo». Non sarà invece che si pensa soltanto a fare i danè, a evadere le tasse col nero e a tenere sotto schiaffo gli immigrati, che così non chiedono l' aumento? «Mica tutti, mica tutti. Ci sono tanti imprenditori nella bergamasca che sono più a sinistra degli operai. Artigiani e operai che potrebbero vendere domattina e ritirarsi con una montagna di soldi e invece vanno avanti. Non è per soldi, ma per la voglia di fare. La ricchezza è il valore unico della destra, ma il lavoro dovrebbe tornare a essere il nostro valore. Ne guadagneremmo di voti». Qual è secondo lei l' errore più grave del centrosinistra nel Nord? «L' ossessione dell' identità. Questo parlarsi addosso e contro, ex democristiani ed ex comunisti. Ma come, Berlusconi è stato tanto bravo a far dimenticare di essere stato ex qualsiasi cosa, dai socialisti alla P2, e noi qui a menarcela con le eredità del passato, invece di studiare il futuro». E i possibili punti di forza? «Non c' è dubbio che abbiamo amministrato meglio. Bergamo, Brescia sono diventati modelli di autentico riformismo. Per trovare il riformismo non è che bisogna andare in pellegrinaggio da Blair o da Obama o su Marte, basta considerare quello che i sindaci di centrosinistra hanno saputo realizzare. E magari confrontarlo con il disastro della Moratti a Milano». I milanesi si lamentano dell' immobilismo della Moratti. Ma intanto quali alternative avete offerto voi? «Sono d' accordo. Abbiamo parlato d' altro. Bisogna fare opposizione sulle cose. L' Expo era un' occasione e la destra la sta buttando alle ortiche, sono lì a litigare per le poltrone nel consiglio d' amministrazione fra Lega, An e Forza Italia. La vicenda di Malpensa è stato un altro fallimento della destra nei fatti. Non a caso sarà da Malpensa che Franceschini comincerà venerdì a girare l' Italia». Qual è la prima proposta che farà al nuovo segretario? «Un esperimento. Proviamo per due mesi a non rispondere a nessuna delle provocazioni di Berlusconi e a parlare di un solo tema, uno solo, la crisi economica». - CURZIO MALTESE

Un contributo di Maurizio Martina, segreteria nazionale del PD - tratto da Facebbok

Il Pd riparte dopo l'assemblea di sabato. In questi giorni non è stato semplice ragionare sul da farsi. La situazione era (ed è) assai complitata. Ammiro chi ha avuto granitiche certezze. Nelle ore immediatamente successive alle dimissioni di Veltroni l'approdo alle primarie in tempi rapidi mi sembrava la scelta più giusta. Riconsegnare alla nostra gente la possibilità di scegliere appariva la decisione più utile per rianimare il progetto sfiancato dalle polemiche e dal disorientamento. Poi mi sono chiesto se i diversi nodi politici che abbiamo sul tavolo dentro il Pd potevano essere davvero sciolti in poco più di un mese con delle primarie magari tutte giocate sullo scontro personale. Mi sono chiesto se - al di là delle dichirazione dei nostri vertici nazionali - non ci fosse davvero il rischio di una "primaria-scorciatoia" di fronte alle difficoltà di identità e cultura politica che il Pd sta attraversando. Insomma, penso come altri che noi abbiamo bisogno di un congresso vero, non solo di una primaria. In ogni caso avrei preferito tempi e metodi diversi per l'assemblea di ieri. Avrei preferito che l'assemblea fosse preparata magari coinvolgendo prima di tutto i nostri portavoce di circolo ed i segretari provinciali. Un percorso e non solo una data. Ieri mi hanno colpito positivamente le parole di Franceschini. Ha ragione Curzio Maltese: lasciato solo davanti all'assemblea ha potuto dire cose che nessun altro dirigente nazionale avrebbe potuto comunicare con quella nettezza. Ora di tratta di capire se - nella quotidianità - riusciremo ad imprimere il cambio di passo necessario sui contenuti (buone le cose dette dal segretario su testamento biologico e collocazione europea) sullo stile e nei metodi. Un ultimo breve pensiero sul tema generazionale. In questi giorni mi è capitato di dire che quanto accaduto con le dimissioni di Veltroni segna pesantamente un intero gruppo dirigente nazionale, quello che ha accompagnato la storia dei Ds e della Margherita nel nuovo progetto. Lo penso convintamente. Credo che anche loro se ne rendano conto. Detto questo, non sono mai stato un amante della retorica dei giovani "a prescindere". Vedo tra l'altro che anche fra noi qualcuno inizia a distinguere i "buoni" dai "cattivi" magari solo a seconda della loro passione per le primarie...

domenica 18 gennaio 2009

Intervista a Veltroni

Veltroni: "Occupiamoci dell'Italia, il governo ha fallito. Basta farsi male da soli"
Intervista a l'Unità: governo fermo su crisi e sicurezzafonte Intervista di Bruno Miserendino - L'Unità In una lunga intervista a l'Unità, pubblicata l'11 gennaio il segretario del PD fa appello ai dirigenti del partito: il governo è in crisi, serve occuparsi dei problemi reali.Pubblichiamo l'intervista integrale.Walter Veltroni: "Il governo ha fallito, ma se il Pd si divide non vinceremo mai"«Faccio ancora una volta un appello al Pd e ai suoi dirigenti: occupiamoci dell'Italia, siamo al paradosso di una destra che attacca il Pd e del Pd che attacca se stesso, per di più nel momento più drammatico, dal punto di vista sociale, della nostra storia più recente. A volte mi sento Penelope», ammette il segretario. Nessuno, dice, abboccherà agli ami lanciati da Cesa e Casini: «Le persone a cui ineducatamente l'Udc si è rivolta sono tra i fondatori del Pd». Veltroni vede «un governo inerte, che da tre mesi non produce più nulla». Fermo sull'economia, senza ruolo e senza iniziativa sulla crisi mediorientale. «Si sono mossi tutti i premier, Berlusconi si occupa delle elezioni in Sardegna. È in perenne campagna elettorale, all'Italia serve un premier non un candidato premier». A Fini che sulla giustizia ha fatto proposte alternative a quelle del governo, Veltroni dice: «È la strada giusta, noi siamo pronti». Segretario, è cominciato l’anno ma il vecchio virus non sembra debellato. Anzi, ormai si parla di scissione, di ritorno alle proprie case d’origine. Questo rischio c’è?«No, non c’è. C’è chi non nasconde questo desiderio, i nostri avversari. È il Pd l’ossessione per chi vuole che questo paese non cambi mai e invece è proprio lì che bisogna investire tutte le nostre energie, perchè mai l’Italia ha conosciuto un partito riformista di queste dimensioni. Dopo l’estate avevamo ripreso lo slancio, quella del 25 ottobre era stata la più grande manifestazione di partito della storia italiana, poi sono riaffiorati vecchie contraddizioni, i personalismi, insomma la situazione che sembra fatta apposta per alimentare la cattiveria dei media, che trovano molto più indolore attaccare noi piuttosto che vigilare sul governo. Ma resto convinto che senza il Partito democratico il riformismo in Italia non vincerà mai. Tutto quello che succede conferma la nostra scelta di investire nella vocazione maggioritaria. C’è ancora una grande spinta nella società per il Pd che abbiamo conosciuto alle primarie e alla manifestazione del 25 ottobre. Però questa spinta richiede a tutto il gruppo dirigente la capacità di tenere in armonia il pluralismo delle idee col senso di responsabilità. L’alternativa è tornare dove si stava prima, rifare due partiti del 16 e del 9%, metter su una coalizione che se per caso vince non riesce a governare. Se c’è questa tentazione, la considero un omicidio nei confronti della speranza riformista. La sfida è cambiare l’Italia. Perché non dobbiamo pensare che in Italia possa esserci, come in altri paesi, una maggioranza riformista e non solo una maggioranza antiberlusconiana? Sviluppiamo il Pd, poi verranno anche le alleanze. In questo anno di lavoro la cosa di cui sono più orgoglioso è aver cambiato l’approccio programmatico del Pd, abbiamo mandato in soffitta vecchie idee su lavoro, scuola, ambiente, pubblica amministrazione, giustizia, abbiamo rifatto l’alfabeto programmatico del centrosinistra, innovando e trovando una sintesi tra le diverse culture. Ma ci ricordiamo cos’erano i vecchi partiti? Erano inadeguati».Eppure il segretario dell’Udc Cesa lancia ami agli ex della Margherita. E anche Casini, a quanto dicono i giornali. Secondo lei qualcuno abbocca?«Trovo assolutamente ineducata la posizione del segretario dell’Udc, un partito che ha sempre avuto da noi rispetto e che altrettanto ne deve a noi. L’Udc sta decidendo di candidarsi in diverse parti d’Italia con la destra e altrove col centrosinistra, è una scelta legittima, che come Casini sa, ho sempre compreso. La sola idea che fondatori del Pd possano essere chiamati in causa per progetti diversi è, come loro stessi hanno detto, una stupidagine. Sono cose buone per il circuito mediatico».Non le viene mai la tentazione mandare tutti al diavolo?«Non ho il diritto di farlo. Anzi, ho più entusiasmo e determinazione che mai. Ho il dovere di corrispondere a un mandato, non solo a quello delle primarie, ma a quello dei 12 milioni che hanno votato per il Pd e per me alle elezioni. La sensazione, questa sì fastidiosa, è di fare il lavoro di Penelope. Ti occupi di economia, Alitalia, giustizia e il giorno dopo scopri che i giornali hanno solo cercato chi può dire una cosa contro il Pd o il segretario».Lei ha fatto un appello all’unità in vista delle elezioni. Ma a volte sembra che qualcuno speri in un pessimo risultato per logorare la leadership.«Ho fatto un appello all’unità, perchè lo vuole il buon senso, lo vorrebbe lo spirito con cui si è conclusa la direzione, ma soprattutto lo chiede il paese. Il mio invito è questo: immergere il partito nella crisi sociale che stiamo vivendo, portarlo fuori da questa interiorizzazione continua che che è una delle malattie profonde del centrosinistra. Un grande partito vive nel rapporto col paese reale, per questo chiedo ora e per i prossimi mesi a tutti i dirigenti locali e nazionali di usare le loro energie per contrastare gli altri e non per alimentare ogni giorno il disegno di chi punta a liquidare il Pd. La società italiana, il mondo occidentale, stanno male come mai da molti anni a questa parte: è il prodotto delle politiche della destra, che ne deve pagare il conto. Tutti i dati sono allarmanti e dicono che questa crisi seria e profonda significherà chiusura di fabbriche, laboratori, negozi. Impressiona invece la totale assenza di iniziativa del governo. Questo fa rabbia: ci sono tutte le condizioni per scatenare una grande iniziativa, e invece... ».Si parla delle beghe interne del Pd.«L’altro giorno abbiamo fatto una conferenza stampa sulla vicenda Alitalia, sui giornali zero. C’erano articoli, ma solo sulle diatribe interne. Mi fa rabbia perchè il governo è già in crisi. Iniziano ad accorgersene persino i commentatori. Guardiamo cosa accade su Malpensa, giustizia, federalismo. Da 3 mesi il governo non produce più nulla. Si è esaurita la fase dei fuochi d’artificio, vanno avanti coi decreti, nonostante i numeri di cui dispongono. È il segno di una difficoltà, e il paese sta cominciando a sentire che è stato preso in giro. Tra l’altro è un governo inerte anche di fronte a una crisi drammatica come quella mediorientale. Nessun peso, nessuna iniziativa, nessun ruolo. Hanno parlato e preso iniziative Sarkozy, Gordon Brown, Zapatero. Non si è avuta notizia di Berlusconi. Lui sembra preoccupato delle elezioni in Sardegna, non della pace in Medio oriente. È in campagna elettorale permanente, il paese avrebbe bisogno di un premier non di un candidato premier».È sicuro che l’opinione pubblica percepisca le difficoltà del governo?«La riduzione delle tasse non c’è stata. Il caso Alitalia-Malpensa appare nella sua cruda verità: una svendita in nome dell’italianità, una delle vicende più scandalose della storia del nostro paese. La sicurezza: per quanto si cerchi di far sparire questi temi dai giornali e per quanto Bruno Vespa non organizzi più trasmissioni sul tema, i fatti avvengono, specie nelle città oggi governate dalla destra. I reati sono aumentati. Immigrazione, i flussi sono aumentati. Sulla crisi Berlusconi è fermo, sventola le collane che acquista, ma questo è ottimismo da carosello».Voi avevate fatto delle proposte. Che fine hanno fatto?«Ci siamo comportati come fa una grande forza nazionale di fronte ad una crisi che sta impoverendo il paese: abbiamo detto e ribadiamo che ci vogliono interventi per i pensionati, per la piccola e media impresa e per garantire quegli operai che perdono il lavoro, magari a 50 anni. Tutto il partito si deve dedicare alla costruzione di un movimento che aiuti i giovani precari italiani a organizzarsi contro quel rischio di licenziamento che si è sostituito alla speranza di stabilizzazione del lavoro. Alla direzione abbiamo avanzato una proposta sul welfare per garantire che un precario che perde il lavoro non resti a zero euro».Invece?«Non se ne è fatto nulla. Ci vuole un altro passo. Serve un piano strategico sulle aree più provate, interventi su precari, pensionati, salari, piccola e media impresa. Un piano di infrastrutture: non è possibile che il nord si blocchi se nevica. Guardiamo cosa ha fatto Obama: mille euro di sconto fiscale per ogni famiglia americana. Quella è la strada giusta, non è demagogia».Secondo lei perchè un governo e un premier che si professano decisionisti fanno poco di fronte alla crisi?«Hanno sbagliato le previsioni e la manovra finanziaria, basta pensare al grottesco degli incentivi sugli straordinari. E poi la loro non è la cultura dell’equità sociale, sono e restano liberisti, nonostante abbiano rispolverato Keynes. Dentro la loro cultura c’è spazio solo per chi ha»Politicamente Berlusconi resta forte.«Il governo pattina. Il premier vive tra gli ultimatum di Lega e An. Aveva annunciato due nuovi ministri e ha dovuto rinunciare, non sono in grado nemmeno di far dimettere il senatore Villari dopo aver preso un impegno con l’opposizione su un nome condiviso».Fini ha fatto delle proposte sulla giustizia: riforma condivisa, no alla seprazione delle carriere. Che direte?«Il presidente Napolitano ha più volte rivolto un appello affinché si cooperi per affrontare in Parlamento le grandi questioni del Paese. Io sono in sintonia con quell’appello, lo ero in campagna elettorale lo sono restato dopo. Il presidente Fini ha avanzato proposte sulla giustizia molto diverse dalle urla confuse del governo. Alcune di queste coincidono con le nostre, ispirate al principio di una giustizia che funzioni per cittadini e imprese, fondata su indipendenza della magistratura e garanzia dei diritti. Su questa base si potrà lavorare e confermo la nostra disponibilità a farlo. Come pure sul pacchetto di proposte di riforme istituzionali elaborate la scorsa legislatura: riduzione del numero dei parlamentari, una Camera legislativa, Senato delle Regioni. Si può approvare un pacchetto innovativo, che per altro considero indissolubilmente legato alla discussione sul federalismo alla quale abbiamo responsabilmente contribuito».

giovedì 15 gennaio 2009

Idee per un Partito nuovo

Un interessante articolo tratto da Repubblica del 15 gennaio


Torino, il Pd del Nord sfida Roma"Qui una classe dirigente vera"
di ALBERTO STATERA
TORINO - Duettano sintonici come Castore e Polluce Sergio Chiamparino e Alessandro Profumo nel salone d'onore della Cassa di Risparmio di Torino. Duettano su "I territori del sistema Italia", accompagnati da dotte disquisizioni sulle classi dirigenti locali del professor Aldo Bonomi. Un "assist" politico, nella scelta del tema territoriale, offerto dall'amministratore delegato di Unicredit a "Mister 75 per cento", il sindaco che dopo otto anni di governo della sua città cresce di 15 punti in popolarità (fonte "Il Sole-24 Ore") rispetto ai voti ottenuti l'ultima volta, salvando solitario l'onore del suo partito. O viceversa? I poteri forti bancari non godono al momento di gran salute, non è come quando Massimo D'Alema li incontrò da star a Sesto San Giovanni, ex roccaforte della classe operaia. I poteri deboli del Partito democratico sono proprio allo stremo, in un pantano, tra oligarchie, correnti e veti reciproci, che rasenta la tafazziana (dal Tafazzi, quello che si martellava con una bottiglia le parti sensibili) sindrome autodistruttiva. I "territori" sono forse la via della rigenerazione per sconfiggere i fantasmi del "partito mal riuscito" (copyright Massimo D'Alema), secondo "Mister 75", che vagheggia il Partito Democratico del Nord (Pdn). Incompreso da quelli che definì "vertici distanti e inadeguati", ma incoraggiato longitudinalmente dagli amministratori di centrosinistra - e sono ancora tanti - dal Friuli alla Liguria, con in mezzo pezzi forti come Massimo Cacciari a Venezia e Filippo Penati a Milano.


Sfida da poker estremo, quasi disperato, un Pd del Nord, cioè il partito di un partito che nei fatti ancora non c'è e che forse non ci sarà mai e di un Nord che non c'è e forse non ci sarà mai. Lombardoveneto, Regno Sabaudo, terzo e quarto capitalismo. Nord-Est, Nord-Ovest, postfordismo ed economia liquida dei servizi. In un'accelerazione dei promotori locali d'impronta federalista che, se ci sarà, porterà forse altri voti alla Lega, difficilmente al Pd. Prendete Alitalia e Malpensa, la partita provinciale un po' ottusa della Lega varesina, che a destra e a sinistra replicano pedissequamente anche le borghesie milanesi ad uso di manager incapaci imposti dal potere bossiano. Credete forse che Torino o Venezia tifassero per Malpensa in nome di una solidarietà nordista? Per carità. Chi se ne cale qui della Malpensa, con quarantacinquemila cassintegrati a Torino, non portabagagli aeroportuali ma aristocrazia operaia metalmeccanica, con Sergio Marchionne che, trovato il partner estero (il padrone?), nel 2010 lascerà insalutato ospite la Fiat, dopo aver deciso cosa vuol fare da grande. Con le casse degli enti locali vuote, in nome del federalismo parolaio della Lega, che di aiuti come quelli elargiti a suo tempo per la Fiat non ne possono più dare. Ma Chiamparino ci prova: basta con la giungla dei cacicchi romani - perché sono anche lì, soprattutto lì - ci vuole un colpo di reni del Partito democratico fatto di centralismo ("non aggiungo democratico", ridacchia al richiamo togliattiano) e, al tempo stesso, di massimo possibile decentramento, rispetto a una paralisi del Pd in cui nessuno è in grado di far passare una linea perché tutti detengono inappellabili poteri di veto. Circostanza non prevista o ben sottovalutata soltanto pochi mesi fa quando Walter Veltroni, proprio qui a Torino nella "Sala gialla" del Lingotto, luogo simbolo della "working class", si pose come campione del "problem solving". Dopo la sconfitta elettorale di aprile, i problemi irrisolti, non solo del paese, ma del partito neonato, hanno ammorbato la casa come un gas venefico. "Mister 75" va speranzoso a Roma alla riunione di direzione e ne esce non arrabbiato, proprio imbufalito: "Sembrava un'assemblea dell'Onu, fatta di distinguo diplomatici, di veti, di procedure". Una specie di "attrazione gravitazionale verso il passato". E cerca di consolarsi nella riunione dei dirigenti e degli amministratori democratici di sabato scorso a Milano: "Un'altra musica, una classe dirigente vera, che nessuno al centro sembra capace di valorizzare. Per carità, niente caminetti, ma proviamo almeno a mettere accanto ai leader storici chi rappresenta le poche esperienze politiche positive". Veltroni ha dato un segno con i commissariamenti, ma i commissari si mandano quando i piatti sono rotti per tentare di aggiustare le porcellane. Quando si può, bisogna far qualcosa prima, per evitare che se ne rompano altre, quelle che sono le più pregiate in casa. Con il Pd del Nord, dice la favola che oggi si narra qui. Velleitarismo nordista? Strategia personale del sindaco-star non ricandidabile nel 2011, che cerca di costruire il suo futuro? Delirio di onnipotenza per i sondaggi favorevoli? L'uomo sembra sinceramente strabiliato dalla sordità del suo partito rispetto alle questioni sostanziali: "Possibile che l'opposizione non colga l'enormità di Roma ladrona, dell'esenzione della Capitale passata alla destra del patto di stabilità, del regalo fatto dal governo Berlusconi di 500 milioni, a danno di tutti gli altri? Possibile che questa battaglia la debba fare io, coagulando anche le proteste legittime degli amministratori di destra?". Come il "Sì-Tav", una specie di partito nel partito del partito che Chiamparino propone in Val di Susa: liste comuni tra Partito democratico e Partito delle libertà per contrastare le liste civiche "No-Tav". "Sono d'accordo con Sergio", commenta asciuttamente Enzo Ghigo, capo del Pdl in Piemonte, che potrebbe essere il candidato della destra alla successione nella carica di sindaco di Torino. Ma da Roma Walter, destinatario di lettere-appello, tace. Il "Sì-Tav" sarebbe il definitivo sganciamento da quel poco che resta della sinistra radicale. Meno disponibili di Ghigo i democratici: tra il sindaco autonomo che vive di sua luce nazionale e i vertici locali del partito la diatriba eterna non è proprio sopita, nonostante le recenti rassicurazioni. "Mister 75 per cento" ha sempre un occhiuto censore nel "PEC", acronimo che designa i leader locali del Pd: Roberto Placido, Stefano Esposito e Carlo Chiama. Bazzecole. Solo gelosie politiche, dicono. Nessuna questione immorale, almeno, a sinistra rispetto a Firenze, dove il sindaco Leonardo Domenici ha dovuto affrontare l'onta delle intemperanze verbali sue e di alcuni dei suoi rivelate dalle intercettazioni della magistratura. "Qui la casa è di vetro", garantisce Chiamparino, anche se la premiata ditta Ligresti è al lavoro come a Firenze e in ogni altra città d'Italia per esitare il suo cemento. Il progetto ligrestiano, i cui denari sponsorizzano la prima del Regio, è nell'area chiamata "Borsetto", ma la crisi, per fortuna, ha rallentato il pressing edificatorio. Se mai c'è la grana "Gerbido", la quinta grande opera pubblica italiana aggiudicata nel 2008. Si tratta di un inceneritore da 360 milioni per il quale ha vinto l'appalto, con aziende delle cooperative rosse, la Termomeccanica Ecologia, che i concorrenti francesi hanno contestato. Al vertice della cordata vincitrice siede Enzo Papi, ex dirigente Cogefar, il cui nome ricorderanno i cultori di Mani Pulite, associato a quello di Primo Greganti, che fu tra gli arrestati da Antonio Di Pietro per le tangenti a Dc, Psi e Pci. Tornato oggi sulla scena, Greganti non è certo tra i supporter del sindaco torinese. "Io i poteri forti li vedo in sedi istituzionali nell'interesse dei poteri deboli e così sicuramente non mi appesto se li tocco", solfeggia Chiamparino. Vicini vicini, nel salone d'onore della Crt con mezzo establishment cittadino, sussurrano continuamente il sindaco e il banchiere, Chiamparino e Profumo. Pochi in sala s'interrogano sui "territori". Quasi tutti invece lo fanno sul destino del Partito democratico e, se esisterà ancora, sulla sua leadership. Chiamparino non nega, a chi glielo chiede, di dire che se si perdono le elezioni europee, ma soprattutto amministrative, del prossimo giugno "tutti a casa". E si sarà persa l'ultima spiaggia per recuperare quel che resta dei partiti storici e condurli dalla democrazia dei partiti alla democrazia dei cittadini. L'evoluzione che ha capito Berlusconi e che interpreta purtroppo rozzamente in senso populistico. Magari nasceranno una cosa bianca con Casini e un pezzo del Pd e una cosa rosa con l'ex Pd-Pds-Pci e pezzi cattolici, con un imprinting postcomunista e non riformista-socialdemocratico. E allora il sindaco dice che lui non sarà della partita. Magari non farà il sociologo, ma forse il manager di una super-multiutility che dovrà inevitabilmente nascere nel Nord. Il banchiere, che votò alle primarie Pd, sistemate le non lievi questioni "subprime" che l'hanno assediato, dice agli intimi di voler optare per il volontariato. Ma chissà che, in un'inversione di ruoli con il sindaco, non pensi al volontariato politico. E la lista, dalla Sardegna al Piemonte, s'allunga.